di Mino Panichelli
A riaprire il tema è stato un articolo di Massimiliano Del Barba il 27 ottobre 2025 sul Corriere della Sera dal titolo Il Piatto del futuro. Al gusto delle cellule’ . L’approfondimento torna sul controverso argomento della “carne coltivata” – una delle innovazioni più promettenti dell’agritech mondiale – un tema che solleva interrogativi etici e culturali destinati a far discutere nel prossimo futuro.
Per carne coltivata si intende quel processo di produzione che va dalla biopsia animale, all’estrazione delle cellule staminali, fino alla proliferazione in laboratorio e alla formazione del tessuto muscolare che diventerà “carne”. Un sistema che potrebbe sembrare avveniristico ma che è già una realtà biotecnologica e riguarda 180 aziende distribuite tra Stati Uniti, Asia ed Europa impegnate a investire in ricerca e sperimentazione. Anche in Italia. Dove nonostante la contrarietà del Governo, a Trento dal 2019 opera la startup Bruno Cell che “coltiva cellule staminali non solo nei muscoli ma anche nelle cellule adipose, ottenendo un mix paragonabile alla carne naturalmente grassa”.
L’Italia, infatti, ha recentemente promulgato una legge che vieta la produzione e la commercializzazione di ‘carne coltivata’. La normativa è stata ufficialmente notificata alla Commissione UE, che avrà un periodo di tre mesi per valutare la sua conformità alle regole del mercato unico. Fino ad ora, l’Unione Europea non ha autorizzato alcun prodotto a base di carne coltivata, ma la discussione sull’argomento è in corso e potrebbe avere implicazioni rilevanti per il futuro della produzione alimentare nell’UE.
Tuttavia, la corsa alla carne sintetica è al momento più finanziaria che industriale, e il mercato resta privo di certezze sulla sostenibilità economica e ambientale del modello. Restano aperte, inoltre, tutta una serie di domande cruciali su etica, sostenibilità e reale necessità di questo tipo di prodotto.
Un’innovazione con molte ombre e alcune luci. La questione ambientale.
Gli obiettivi dichiarati dalle aziende – riduzione delle emissioni, uso razionale delle risorse, eliminazione della macellazione animale garantendo, allo stesso tempo, quel fabbisogno alimentare di cui necessita la popolazione mondiale – sono ambiziosi. Tuttavia, la misurazione dell’impatto ambientale della carne coltivata è ancora controversa. Alcuni studi indicano potenziali benefici in termini di consumo di suolo e acqua; altri, invece, evidenziano un’impronta energetica elevata dovuta alla gestione dei bioreattori e alla produzione dei nutrienti di crescita.
La coltivazione cellulare richiede infatti notevoli quantità di energia, sieri di crescita di origine animale (non sempre sostituibili), e impianti industriali ad alta intensità tecnologica. In pratica, il rischio è di spostare il problema anziché risolverlo: meno allevamenti, sì, ma più laboratori e consumi energetici.
La sfida, quindi, non è soltanto tecnologica, ma sistemica: senza un mix energetico a basse emissioni e una filiera efficiente, il vantaggio ambientale rischia di essere annullato.
Il problema dei costi e dei prezzi
L’articolo cita il caso di Singapore, primo Paese a consentire la vendita di carne coltivata. Ma l’entusiasmo resta confinato a esperimenti di nicchia. I costi di produzione sono ancora elevatissimi, e l’accettazione da parte dei consumatori è incerta. Come spesso accade con le “rivoluzioni alimentari”, la narrativa futurista precede la realtà economica: si parla di democratizzazione del cibo, ma oggi la carne coltivata rimane un prodotto di lusso per pochi, simbolo più di marketing che di vera transizione ecologica.
Secondo analisti del settore, la carne coltivata potrebbe rappresentare dallo 0,5% al 2% del mercato globale delle proteine entro il 2035, a condizione di ottenere accettazione normativa e competitività di prezzo.
Al momento, il prezzo di produzione della ‘carne coltivata’ resta lontano dai livelli di convenienza della filiera zootecnica convenzionale. Nel 2013 – come racconta Massimiliano del Barba nel suo articolo – un hamburger da laboratorio costava circa 250 mila euro. Oggi il costo medio stimato è sceso sotto i 30 euro per 100 grammi, ma resta lontano dai livelli commerciali.
Dal 2016 a oggi, i capitali privati raccolti superano i 3,5 miliardi di dollari, concentrati su start-up biotecnologiche e società di scaling industriale. I principali investitori sono fondi ESG e corporate venture di multinazionali alimentari.
La posizione dell’Europa
L’Europa, invece, mantiene un approccio prudente. Le normative comunitarie richiedono procedure complesse di autorizzazione e valutazioni di sicurezza alimentare che rallentano l’ingresso sul mercato.
A ciò si aggiunge un fattore non secondario: la percezione dei consumatori. In Italia e in gran parte del continente, l’associazione tra “laboratorio” e “cibo” continua a generare diffidenza. L’accettabilità sociale di un prodotto alimentare innovativo è un requisito essenziale per la sua penetrazione commerciale, e su questo fronte la strada appare ancora lunga.
Il dibattito sulla carne coltivata, più che una questione gastronomica, rappresenta un banco di prova per il futuro dell’industria alimentare. La carne coltivata può diventare una componente del portafoglio alimentare del futuro, ma difficilmente ne sarà il pilastro. Per ora, resta un esperimento interessante più per gli investitori che per i consumatori, sospeso tra promessa tecnologica e sostenibilità ancora da dimostrare.
Il mito della carne “senza carne”. Una questione etica
L’ultimo grande interrogativo che la questione solleva è di tipo ‘etico’. Riprodurre la carne significa continuare a inseguire un modello alimentare centrato sulla proteina animale. Invece di ridurre il consumo di carne, lo si replica in laboratorio, con l’illusione che basti cambiare il metodo di produzione per cambiare il sistema. Forse il futuro dell’alimentazione non è “la carne senza mucche”, ma un modo nuovo di pensare il cibo — meno artificiale, più consapevole.
Sull’argomento la ricercatrice Arianna Ferrari ha scritto un libro molto interessante dal titolo Carne Coltivata. Rivoluzione a tavola? (Fandango, 2024) in cui propone una panoramica delle diverse visioni che muovono scienziati e promotori della carne coltivata e un’analisi critica delle questioni etiche e politiche poste da questa innovazione con un linguaggio accessibile al grande pubblico.
“In altri Paesi europei la carne coltivata è già oggetto di dibattito pubblico, scientifico e politico – spiega Arianna Ferrari – Si tratta di un tema che polarizza e che spacca gruppi di interesse finora creduti omogenei, come ambientalisti e difensori dei diritti degli animali”.
In poche parole una rivoluzione che stenta a decollare e che trova più sostenitori nelle imprese che nella popolazione.




