la foto mostra le mani di un'impiegata sulla scrivania di lavoro

L’Australia rompe il tabù: smart working obbligatorio per due giorni.

La Premier Allan: “Così aiutiamo le famiglie”. Ma le imprese insorgono: “Rischio fuga di investimenti”.

Mentre nel resto del mondo i colossi del tech e della finanza richiamano i dipendenti alla scrivania con ordini perentori, l’Australia decide di andare in direzione ostinata e contraria. Nello Stato di Victoria, il cuore economico del Paese, il lavoro agile non sarà più una concessione benevola del capo, ma un diritto sancito per legge. La Premier Jacinta Allan ha annunciato il varo di un provvedimento senza precedenti: l’obbligo per le aziende di garantire ai dipendenti almeno due giorni a settimana di smart working.

La misura, che entrerà in vigore a settembre per il settore pubblico e per le grandi imprese private, punta a cristallizzare un’abitudine nata con la pandemia che molti datori di lavoro stavano tentando di cancellare. “Il lavoro da casa funziona per le famiglie e fa bene all’economia”, ha spiegato Allan, sottolineando come la flessibilità sia la chiave per aumentare la partecipazione dei genitori, e in particolare delle donne, al mercato del lavoro, riducendo al contempo lo stress dei pendolari e i costi dei trasporti.

Ma la “rivoluzione di Melbourne” – città che ospita i quartieri generali di giganti come BHP e Rio Tinto – ha immediatamente scatenato un terremoto nei palazzi del potere economico. Se i sindacati esultano per quello che definiscono “un progresso storico nella civiltà del lavoro”, le associazioni di categoria sono sul piede di guerra. Molti manager denunciano il rischio di un calo della produttività e temono che la rigidità normativa possa spingere le multinazionali a spostare i propri uffici in altri Stati australiani più “tolleranti”.

Il testo della legge prevede una clausola di salvaguardia: il diritto allo smart working sarà garantito “ovunque sia ragionevolmente possibile”. Un’espressione che promette già di alimentare una pioggia di ricorsi legali. Per le piccole imprese con meno di 15 dipendenti è previsto un periodo di grazia: avranno tempo fino al luglio 2027 per adeguarsi.

Il caso australiano diventa così un laboratorio globale. In un’epoca di grandi dimissioni e di ricerca del benessere psicofisico, l’esperimento del Victoria sfida la visione tradizionale dell’ufficio come unico luogo di produzione. Resta da capire se il modello diventerà un esempio da seguire o se, come temono i detrattori, finirà per svuotare i centri urbani, trasformando le metropoli in quartieri dormitorio. Per ora, i lavoratori australiani festeggiano: il weekend lungo, almeno virtualmente, sta per diventare la norma.

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