Donnie Nelson in conferenza stampa

Roma nel basket che conta: un miraggio americano o un progetto reale?

Un’operazione dal fascino indiscutibile, che unisce il know-how manageriale della NBA al brand globale di uno dei giocatori più forti del pianeta. Ma, smaltito l’entusiasmo iniziale, è lecito e doveroso porsi una domanda: gli investitori americani sono davvero pronti a comprendere la complessa, e spesso spietata, realtà del basket italiano ed europeo?

Il fascino del progetto “Hollywoodiano”

Sulla carta, il binomio Nelson-Dončić è garanzia di successo planetario. Donnie Nelson è l’uomo che ha internazionalizzato i Dallas Mavericks, scoprendo Dirk Nowitzki e, ironia della sorte, portando in Texas proprio Dončić. La sua conoscenza del basket europeo è profonda, e il legame emotivo di Luka con l’Europa (cresciuto nel Real Madrid) è indissolubile.

L’obiettivo sarebbe quello di rilevare un titolo sportivo o far scalare le categorie a una realtà esistente, restituendo a Roma il palcoscenico che merita: la Serie A e, in prospettiva, l’Eurolega. Per la città si tratterebbe di un volano economico e d’immagine pazzesco.

Luka Doncic
Tratto da @lukadoncic su Instagram

Il “Cultural Shock”: Perché il modello USA rischia di schiantarsi in Italia

In Italia, il panorama è diametralmente opposto, governato da dinamiche che spesso sfuggono alla logica puramente aziendale:

Il nodo cruciale risiede nella gestione strutturale. Gli investitori statunitensi sono abituati al modello delle franchigie americane: un sistema chiuso, senza retrocessioni, dove i ricavi da merchandising, diritti TV e arene di proprietà garantiscono la sostenibilità (e il profitto) a prescindere dai risultati sul campo.

In Europa non esiste il “tanking” (perdere di proposito per ottenere scelte migliori al Draft). Sbagliare una stagione in Serie A significa retrocedere in Serie A2, un incubo finanziario che può azzerare il valore di un investimento da un giorno all’altro.

In America, inoltre, si costruiscono palazzetti avveniristici in pochi anni. A Roma, la gestione degli impianti è una via crucis. Il Palazzo dello Sport dell’EUR ha costi di gestione altissimi e vincoli storici, mentre l’idea di costruire una nuova Arena si scontrerebbe inevitabilmente con i tempi biblici della burocrazia capitolina.

Il pubblico italiano vive di passione viscerale. Non va al palazzo per mangiare popcorn e guardare la Kiss Cam, va per vincere. Gestire la pressione di una piazza calorosa ma esigente come Roma richiede una sensibilità politica e locale che difficilmente si impara a Dallas.

C’è da aggiungere che a Roma le proprietà americane (da Pallotta ai Friedkin) sul versante calcistico non hanno lasciato un segno profondo, anzi. . Nel basket, dove i ricavi generali sono una frazione di quelli del calcio, commettere errori di valutazione geopolitica può essere fatale.

Più mecenatismo che business

Perché l’affare vada in porto, Nelson e Dončić dovranno accettare una dura verità: nel basket italiano non si guadagna. Anche i colossi come l’Olimpia Milano (Giorgio Armani) o la Virtus Bologna (Massimo Zanetti) sono di fatto operazioni di mecenatismo o di alta sponsorizzazione, in cui i proprietari ripianano perdite milionarie ogni anno per amore dello sport o ritorno d’immagine.

Se l’idea del consorzio americano è quella di applicare il Player Empowerment e il marketing in stile NBA pensando di generare utili immediati, il progetto è destinato a naufragare. Se invece l’obiettivo è strutturare un progetto a lunghissimo termine, radicato nel territorio, capace di dialogare con le istituzioni locali e di accettare le regole (anche quelle più farraginose) dello sport europeo, allora Roma potrebbe davvero sognare.

La Capitale ha fame di basket. Il nome di Dončić accende la fantasia. Ora resta da capire se gli americani saranno capaci di parlare l’italiano, non solo a parole, ma nei fatti.

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